CASI RISOLTI

ERRORI MEDICI CHE HANNO OTTENUTO IL GIUSTO RISARCIMENTO

STORIE DIVERSE ACCOMUNATE TUTTE DALLA NOSTRA ASSISTENZA A 360°
I CASI CHE ABBIAMO PORTATO AL SUCCESSO

PARTO CON POSTUMI

Anna, è un’impiegata sposata con figlio. Una famiglia come tante, che dignitosamente lavora e tira avanti la famiglia con impegno quotidiano per far fronte a tutte le necessità. Ha una buona cultura,parla con proprietà di linguaggio e buon senso. Al colloquio viene con il marito, sembrano felici ed uniti. Quando inizia a parlare, il viso cambia leggermente colore ed espressione, il marito la guarda con apprensione, lei inizia a stringersi e a contorcersi le mani. Io aspetto, conosco bene la situazione, è tipica di chi sa che deve affrontare con uno sconosciuto una parte di se che nemmeno lei conosce bene. È una di quelle parti che tutte le volte che ci entri non sai cosa trovi e cosa ti capita. Ecco, lei dice: “Scusate” Gli occhi di Anna si riempiono di lacrime, per un attimo guarda la porta come se volesse uscire, riesco a rassicurarla, il marito rimane in silenzio, intervengo rassicuro e faccio domande. Anna ha rabbia, per noi persone normali, non c’è giustizia. Si è già rivolta ad altri, ha speso soldi per sentirsi dire che le conviene lasciar perdere, sono cose che capitano. Il problema per lei è grosso: fistola retto vaginale, conseguenza di un parto mal gestito, dove il figlio ha rischiato grosso ma poi risolto per il meglio. Lei no. La fistola, nonostante due interventi, non si è chiusa e lei si sente una donna a metà. La squadra di COROCA ha lavorato con energia ed impegno. Anna ha ottenuto un ottimo risarcimento, non ha richiuso la fistola ma il successo dell’azione, ha tolto ad Anna quel senso di impotenza, per quella che lei riteneva una violenza subita, che veniva autorizzata dal sistema.

 
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“63 ANNI IN BUONA SALUTE”

Un padre di 63 anni, in gran forma, un lavoratore con azienda propria, forte e scaltro, un punto di riferimento per la famiglia, un personaggio in vista e stimato dalla comunità dove vive. Solo un piccolo, fastidioso mal di stomaco, si presenta regolarmente, sempre più regolarmente. Il dolore allo stomaco è sempre più frequente, un giorno è fortissimo e insopportabile. Ancora con gli abiti da lavoro va in pronto soccorso. Pensava “mi rimetteranno in forma subito, un buon farmaco e via, rientro subito per finire quel lavoro urgente”. Dopo una lunga permanenza in pronto soccorso, con il dolore che non passava, viene ricoverato per colecistite. Non si accorgono che il problema è un’ulcera. Una maledetta ulcera. L’ulcera fa il suo, perfora, arrivando fino alla peritonite con dolori sempre più forti. I figli, i nipoti sono sempre lì. Lo filmano. Quando ci mostrano i filmati, la commozione è fortissima, anche noi ne rimaniamo coinvolti. L’ulcera ha continuato a fare la sua attività, indisturbata, nessuno faceva nulla per ostacolarla, mancata diagnosi e conseguente mancata terapia, peritonite devastante. Dopo due mesi di dolori, il sessantatreenne muore. La figlia ci contatta, segue incontro e poi ancora un altro, acquisizione della documentazione e studio del caso da parte del nostro team di esperti. Abbiamo chiesto pareri e contropareri e poi incontri e scontri con la controparte che non voleva cedere. La controparte in nove mesi di azione con una ATP, 696bis, riconosce l’errore e ne risponde pagando il corrispondente risarcimento. I figli e la moglie sono persone riservate; nonostante la distanza, fra noi il rapporto è molto forte. Cosa pensano di noi sono i fatti a dirlo, spesso arrivano chiamate di persone a cui loro hanno dato i nostri riferimenti, per sottoporci casi e problemi di malasanità.
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LA MALA COMUNICAZIONE È LA PEGGIORE  MALASANITÀ

Il caso riguarda una signora di campagna, di quelle che alla veneranda età di quasi ottanta anni, va ancora a potare gli olivi, forte e tenace. Rallenta la sua attività solo quando arriva il mal di schiena.
Un dolore forte che non le permette nemmeno di riposare, questa volta è troppo forte e non passa, la signora si ricovera per accertamenti e cure.
La degenza si allunga, per fare tutti gli esami ci vuole tempo e la lista di attesa è lunga, così arriva una brutta infezione ospedaliera, il clostridium difficile. Nonostante le cure e le rassicurazioni, la signora non tornerà più a potare gli olivi, nè a dispensare amore e cure ai due figli e ai tre nipoti.
L’infezione con le sue conseguenze la porta via. I figli si chiedono se avrebbero potuto evitare la morte e le sofferenze alla madre, erano stati allertati dai comportamenti del personale, che spesso manifestavano attriti far di loro, dalle informazioni diverse ottenute dai diversi sanitari, attività più o meno attente ed evidenti nei turni diversi come se ci fossero sanitari più attenti e partecipi ed altri più svogliati.

Per la gestione del paziente ospedalizzato la comunicazione è l’elemento fondamentale da cui dipendono i tempi ed i modi in cui vengono applicate le prestazioni sanitarie e di conseguenza la vita del paziente.

Comunicazione fra

  • il turno che entra e quello che smonta
  • le consulenze specialistiche ed i medici del reparto
  • le prescrizioni dei medici e gli infermieri che devono somministrarle

comunicazione troppo spesso sacrificata perché ritenuta meno importante dell’operare sul paziente; ma il fare sul paziente, almeno il fare le cose giuste, dipende da come vengono passate e condivise le informazioni aggiornate!

Purtroppo l’evidenza era realtà.

L’esame delle cartelle cliniche evidenziò che l’infezione era di origine ospedaliera, dovuta anche al prolungarsi della degenza, ai ritardi dell’esecuzione degli esami per le lunghe liste di attesa, alla carenza di un numero adeguato di strumenti o alla carenza di personale, inoltre la cattiva comunicazione causò una inadeguata somministrazione della terapia che dette maggior forza all’infezione.

L’evidenza e la dimostrazione dell’errore in questo caso, non darà una nuova vita alla nostra assistita ma dovrebbe consentire all’azienda ospedaliera di porre attenzione e controlli ai protocolli terapeutici ed alla loro somministrazione per evitare o ridurre la possibilità di errori e salvare vite, a vantaggio di tutti i cittadini e della sanità.

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Questa è la storia di A.B una giovane donna di Torino di cui non vogliamo fornire il nome, dal momento che il suo caso è ancora in lavorazione.

La sua è una storia che Franco Stefanini ha preso a cuore perché lei ha reagito e reagisce tuttora con grande grinta e discrezione.

Sicuramente tra le parole che ci hanno colpito al momento dell’intervista sono “non hai idea di quanto mi abbia sollevata avere qualcuno che mi ascoltasse”. Fino a che il caso non è stato gestito da Coroca infatti il suo percorso è stato un continuo girovagare tra ospedali e visite specialistiche alla ricerca della verità e del colpevole di questo terribile errore medico.

Ma iniziamo dal principio. A. al momento del parto aveva 26 anni, era alla 40esima settimana e non presentava alcuna patologia se non una celiachia. Il parto è stato molto lungo – racconta – è durato molte ore e in quei momenti ci sono state delle manovre strane tra cui spinte sulla pancia che mi hanno fatto insospettire che qualcosa non stesse andando per il verso giusto.

La donna ha partorito un bambino sano alle 19 di sera ma non è riuscito a vederlo fino alle 7 del mattino dopo; questo perché il figlio è stato portato in rianimazione perché non piangeva e necessitava di esami approfondirti. Due volte hanno provato a far uscire il bambino con la ventosa tant’è che presentava due importanti ematomi sulla nuca.

Quello che A. manifesta fin da subito, già dal giorno dopo al parto, è che non aveva il controllo degli sfinteri e insensibilità nella parte pelvica. Durante il suo ricovero, durato ben 10 giorni, l’attenzione era concentrata sul bambino perché quello che lei accusava nella zona pelvica “era tutto normale e si sarebbe ripristinato con delle comune ginnastica pelvica”

La sua situazione si complica, nonostante ginnastica e riabilitazione pelvica una volta uscita dall’ospedale. Dopo un’ecografia A. scopre che il danno causatole era molto molto importante e fu causato dal taglio fatto con il bisturi al momento del parto che le ha reciso lo sfintere anale.

Dopo questo esame è stata mandata da un proctologo per una ricostruzione ma era troppo infiammata per poter procedere. Ad aggravare la sua situazione già compromessa si aggiunge una colite ulcerosa diagnosticata tramite colonscopia. Si decide quindi per una proctocolectomia totale e una ileostomia quindi una deviazione dell’ileo verso un’apertura eseguita appositamente sull’addome. Tale apertura – chiamata anche stoma – sostituisce l’ano naturale, quindi permette l’espulsione delle feci.

Ulteriore complicazione è anche il tratto urinario perché A. inizia a soffrire di incontinenza urinaria, perché la vescica non comunica più con il cervello, e quindi la soluzione è quella di svuotare manualmente la vescica con autocateterismi.

La domanda che viene da farle è: “La sua percezione verso la sanità?” La sua sensazione è stata quella di sentirsi abbandonata e di non essere ascoltata. A. denuncia anche quello che è accaduto al momento del parto citando un’espressione dell’ostetrica” chi passa attraverso le mie mani non deve fare il cesareo” Questa situazione ci rimanda ad una situazione che spesso accade in sala parto tra ostetrica e ginecologo e medico e primario: una lotta tra poteri forti in cui molto spesso a pagarne le conseguenze sono i pazienti.

Ad Ottobre 2020 subirà il suo quinto intervento.

La sua “fortuna” se così si può chiamare è la sua grande forza e la sua grande sensibilità, dovuta anche agli studi di psicologia che ha fatto. La sua sensibilità l’ha portata infatti a farsi seguire a livello piscologico e a far luce in alcuni momenti particolari.

Quello che questa giovane donna ha detto alla fine dell’intervista è stato “ Spero che non succeda più”.

 

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